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CAROLINE GALLOIS:
PEINTRE-GRAVEUR-ART PLASTIQUES
un parcours international, un travail sur la lumière et la matière avec des techniques particulières
Giuliano Serafini (2008), Giuseppe Furlanis (2007), Tommaso Paloscia (2004), Alan Chatam de Bolivar ( 1998), Luciana Floris (2001), Caterina Leoni (2001), Giovanna Uzzani (1999), Javier Anzures (1986)
Caterina Leoni :La recherche di Caroline Gallois ,Firenze, Novembre 2009
Memoria, Trama, Caos, Danza. Queste le parole chiave che ci aiutano a comprendere il mondo artistico e interiore diCaroline. Il percorso artistico di questa pittrice è lo specchio fedele della sua condizione esistenziale, una danza nella memoria e nel presente che cerca di
ricomporre la tela sbrecciata dell’esistenza, di afferrare frammenti della realtà percepita per sottrarli al caos indistinto.Caroline ha vissuto più vite, spostandosi da un continente all’altro: è nata aSaigon, ma cresciuta a Parigi, vissuta per un anno a Bali e poi per alcuni anni in
Messico, trasferendosi nuovamente per dieci anni a New York. Attualmente vive a Firenze. Una vita intensa, dunque, intessuta di ricordi, immagini, atmosfere,emozioni, che si traduce in pittura materica stratificata, fatta di fili intrecciati,inserti di tessuto, applicazioni in cera e tracce di colore, elementi che Caroline cerca di “intessere” in una trama regolare, senza ricomporli in modo ordinato,
ma anzi lasciandoli sospesi nel caos-mistero della vita..
Tommaso Paloscia, Firenze, giugno 2002
Riflette nella pittura -in particolare nell'incisione che le è cara- tutta la sua giovane ma già movimentatissima vita con i continui mutamenti di luoghi e di civiltà che ne hanno caratterizzato le peregrinazioni; con la sete mai soddisfatta di conoscere e di sapere. E vi ritrova via vià gli aspetti del suo dinamismo comportamentale identificandoli nella sperimentazione perenne di tecniche nuove, spesso “viste” soltanto nelle fantasticherie che le riempiono i pensieri, e persino i sogni, di girovaga allucinata in cerca di se stessa. In questi abbinamenti di grande suggestione dunque si sviluppano gli itinerari altrettanto fantastici dell'arte sua. Dico di Caroline Gallois che a mio avviso riversa sulla tela, nelle lastre del bulino e dell'acquaforte le situazioni che hanno reso magari avvincenti ma senza dubbio tumultuose le sovrapposizioni di esperienze di cui sono appunto cariche le vicende della sua esistenza. E riesce a tradurre comunque quegli impatti in immagini poetiche filtrate attraverso una finissima sensibilità rimasta evidentemente legata alle doti creative espresse a volte in circostanze difficili.
Nata a Saigon da genitori francesi, Caroline affronta in Francia gli studi e i motivi di base della propria cultura e ne cerca i riscontri viaggiando in Asia e poi nel Messico. E qui prende ad accompagnare i propri passi con la pittura e l'incisione rovistando nel vasto ma non ordinato bagaglio delle proprie emozioni che sono tante. E si trasferisce poi dal sole e dalle lente riflessioni che ne hanno stimolato per sette anni in terra messicana gli approfondimenti dello studio dell'arte, in tutt'altra dimensione come sarà certamente stata la vita dinamica di New York vissuta e affrontata per un intero decennio con la medesima stupenda vocazione per il nuovo.
Senza tradire tuttavia le tracce profonde del passato. Da qualche anno appena eccola a Firenze, rimasta avvinta al vissuto rinascimentale glorioso e misurato della città anche se questa mostra scarso consenso alle sollecitazioni delle mode, dei cambiamenti; anche di quelli resi necessari dalla caotica evoluzione dei costumi. Caroline vi ha trovato tuttavia il clima propizio non per riordinare le tantissime idee che le rispuntano di continuo dalla memoria come se lottassero perennemente contro la coercizione esercitata da quel fantastico contenitore ma perché in questo luogo toscano ha trovato nuovo incanto e antica poesia e, come naturale avventura intrapresa risalendo lungo le atmosfere che ne hanno accompagnato i versi espressi fra i primissimi in volgare, il poetare splendido di Dante. L' Arno e la Divina Commedia pertanto sono i capitoli di quest'altra storia che Caroline ha inserita non per studiate progettazioni ma per accoglimento istintivo di quelle sollecitazioni dello spirito, nella sua sperimentazione grafica. Infinita. E ci ha portato dentro dapprima gli echi dell'amore per i versi e il personaggio di Baudelaire , le grandi intuizioni attraverso le quali si è sviluppata la gigantesca personalità del poeta francese, i suoi frammenti, le sue sovrastrutture mentali , l'infatuazione dello stesso Baudelaire per l'Oriente, i modi di vita e soprattutto la concezione della bellezza e del vivere codificata nella memoria di lei attraverso le letture di Les fleurs du mal…. E poì , sovrapponendo ogni cosa, anche il ricordo dei colori conosciuti nel soggiorno messicano e avvertititi nel profondo: Fino a registrarne, sia pure velocemente, le seduzioni della civiltà incarica.
Tutto questo, magari con un certo disordine cronologico del resto non influente nel complesso operativo di Caroline che di volta in volta riesce a sollecitare il recupero frammentato di una situazione vissuta e a inserirne una briciola significante nel nuovo progetto grafico. Ne viene fuori via via una storia composta di singoli capitoli apparentemente autonomi ma in effetti collegati fra loro da un filo sottilissimo che l'artista dipana dal tessuto letterario della propria cultura. E questa è sullo sfondo di tutte le imprese delle pittrice, grafiche e pittoriche, si che resta difficile separarne i livelli di validità per una catalogazione che sarebbe tuttavia pretestuosa.
Le tecniche hanno acquisito col tempo un'importanza fondamentale nell'opera grafica di Caroline Gallois in quanto reinventate ogni volta per conseguire effetti irripetibili, per esprimere unicamente quella data emozione che difficilmente dovrà essere duplicata nelle successive esperienze. Ed è anche logico che cosi debba essere quando l'emotività ha carattere sempre rinascente e si sprigiona dalla coscienza dell'artista in modo tumultuoso e ha bisogno di sfumature non clonabili per rappresentarsi visivamente. A Firenze dunque, Caroline ha coltivato fino ad ora particolarmente due grandi amori letterari: l'Arno e Dante. Riproposti graficamente con molti inserimenti tecnici di nuovo conio che hanno vieppiù approfondito il rapporto con la città e con la sua cultura, avrebbero relegato in un angolo la pittura. Ma è solo apparenza poiché l'artista, proprio quando nell'incisione di essere arrivata al limite della trasgressione tecnica, ne riconquista i termini meno avventurosi con certe abrasioni del colore e, nelle stesure di questo ricorre ad ampie rastremazioni come farebbe col pennello o con la spatola. Per cui ne risulta un esercizio combinato nel quale è presente validamente la pittura; per non dire della definizione totale dell'immagine quando la completa addirittura sulla stampa con l'intervento dell'acquarello invocato a dare vita e forza al colore.
Nella Commedia dantesca l'avventura di Caroline è dominata dalla partecipazione sensibile al verso, quindi alla poetica che cerca di far sua abbandonandosi al ritmo che è scandito dalle immagini letterarie: e che lei afferra e interpreta con ardite sovrapposizioni di scritti. E di figure armoniosamente disegnate. Sono convinto che quest'arte, con cui appunto la Gallois descrive a poco a poco l'immagine della propria esistenza, è destinata a giovarsi di altre scoperte non comuni che ne arricchiranno il già complesso itinerario tecnico. Saranno esse a mantenere il contatto, importante, che l'indomabile Caroline conserverà con la propria immagine intima, sempre fisiognomicamente indagata prima di riversarla sullo specchio della vita. Vale a dire nelle incisioni e nei dipinti.
Alan Chatam de Bolivar: Quelques variations sur Les Phares d'aprés le poème de Charles Baudelaire, monotypes de Caroline Gallois, Paris, Aout 1999
Peintre et graveur, Caroline Gallois s'est inspiré du poème de Baudelaire, double hommage à la peinture et à la poésie qui se traduit par une suite de monotypes traités de facon originale et qui incluent divers matériaux. L'artiste s'est emparé du texte de Baudelaire, ces quasi blasons des peintres et sculpteurs qu'il évoque pour de riches variations. D'où une dislocation de la représentation qui fait écho au regard porté par l'amateur à travers les siècles. Et tel Montaigne qui déclare “Je ne peins pas l'estre. Je peins le passage.”, Caroline Gallois a entrepris d'enregistrer le glissement qui s'opère entre les oeuvres, leur évocation par le poète et sa propre manière de les traduire. Elle opère donc des choix, utilise des techniques aussi variées qu'inhabituelles, la gravure sur cuivre et sur linoléum, les impressions sur plomb et les images digitales, la découpe et l'éstampage. On y retrouve aussi ses signes dessinés sur les plaques et ses propres dessins scannérisés qu'elle inclut dans son travail ,en particulier dans la série des Rubens. Des images qui ne font dès lors que répondre au projet mème de la gravure, multiplier la représentation qu'elle soit fidèle ou que l'on y prenne ses aises. La technologie s'en mèle donc pour provoquer une certaine distanciation dans la mise en place d'une fragmentation d'éléments épars d'un choix de peintures et où émergent comme des vestiges, des traces du texte de Baudelaire.
Le regard de Caroline Gallois procède alors comme un filtre, personnel certes mais qui parle finalement de l'essentiel.
Le papier d'Arches, de Magnani ou du Népal demeure un support intangible, creuset de toutes les métamorphoses.
Mais que l'on ne s'y méprenne pas, cette alchimie ne doit pas faire oublier la réverie que ces “images” induisent, cette étoffe où fil et trame sont l'imaginaire de l'artiste et les outils qu'elle manie. L'amateur est de mème invité à participer à cette gymnastique mentale et l'artiste ouvre d'autres fenètres où recomposer le paysage pictural.
Monotypes présentés en diptyques ou en poliptyques, ces illustrations visuelles présentent chacune une dominante de coloris, une invention dans la superposition des techniques et des matériaux qui les distinguent. De Rubens, où un fragment du Débarquement de Marie de Médicis à Marseille allie la richesse des coloris au bleu calme de la mer et du ciel, au monotype pastel sur linoléum qui fait du “sourire tout chargé de mystère” du portrait de Ginebra Benci de Léonard de Vinci une icone chargée de sens. Ailleurs c'est un autoportrait de Rembrandt et un fragment du Retour de l'enfant prodigue où dominent l'or et le noir d'une plaque de linoléum imprimée sur papier chinois et le crucifix présent dans la strophe de Baudelaire. Tous ces fragments qui se détachent et leur traitement sont des vestiges qui illustrent bien cette dislocation de la capacité à se retenir du regard dans le flot d'images qui nous entourent. Trois variations sur le thème de Michel-Ange disent l'éffacement de la mort et la souffrance comme aussi dans la sculpture de Puget en des monotypes, linoléum gravé en relief et transfert de xerox. Le regard s'adoucit avec la figure étrange et détachée , ou plutot sans expression et comme figée du Gilles de Watteau mais sur une autre planche il y a ce contraste avec l' Embarquement pour Cythère où aura lieu “la folie à ce bal tournoyant”.
Les deux derniers portraits, celui de Goya avec un sabbat de sorcières imprimé sur plomb et image digitale sur papier Magnani et pour celui de Delacroix que Baudelaire tenait pour “le chef de l'école Moderne”, Caroline Gallois utilise les mèmes procédés avec des fragments de la Bataille de Tailllebourg et La mort de Sardanapale. Ce traitement original des images éxistantes à travers la gravure et les images digitales se pose de lui-mème comme un phare pour guider l'amateur et lui proposer d'autres chemins à travers le corps de la peinture et le souffle de la poésie. Il mérite certainement qu'on s'y arrète.
Alan Chatam de Bolivar : Eléments pour un théâtre d'amour, peintures de Caroline Gallois. janvier 2oo6 Paris
Caroline Gallois continue avec une oeuvre peinte et des dessins où se mêlent textures et fragments de réel et d'imaginaire une exploration du discours amoureux ici, tout aussi poétique que celle qu'elle déploya dans ses "lectures" des poèmes de Baudelaire.
Une palette chaude qui dit la plénitude des sens, un jeu
de figures orchestré avec poésie et des évocations fugitives
d ' un visage entr'aperçu, de silhouettes à peine devinées
derrière le voilage d'une cire éperdue d'un désir retenu.
Cela vibre, 1'enchantement est toujours a portée de main.
La "Beatrice" de Dante dans un tondo aux teintes végétales
devient une apparition é nigmatique, bas-relief d'ex-voto,
photographie en une stèle scellée à la croisée
des chemins d'une réminiscence amoureuse.
Et nostalgique sous le voile d'une couche de cire , une " échelle des pins" dit aussi les jours enfuis en un dessin a l' étrange chorégraphie entre les corps et òu flotte le désir. Il aura cependant beau se masquer dans un improbable Carnaval derrière des flots de tulle et des broderies végétales il continuer à clamer haut et fort son éclatante urgence; une passion qui ne connait pas le sommeil. Le "satyre" peut alors bien danser dans les bosquets parfumés où se trament des songes et s' en- nivrer du suc de fruits délectables. De quoi effacer alors toute ambiguïté sur les intentions de l'Amour, généreux dans la lumière. C'est aussi cela qu'exprime l'artiste.
Luciana Floris, Una promenade nella Commedia, Firenze 2001
Paesaggi desertici, lande desolate o inondate da turbinii d'acque, foreste oscure fiammeggianti. Poi squarci di luce, sciabolate di colore, sfondi arborei o floreali che dischiudonno una dimensione di speranza. E infine visioni eteree che irradiano un'armonia celestiale, facendo risuonare una musica divina. Sono le immagini che Caroline Gallois ci propone, in una immaginaria promenade attraverso la Commedia dantesca.
Si comincia con scenari di sofferenza e perdizione, luoghi estremi e inabitabili dove le presenze umane sono soltanto ombre diafane, silhouettes spezzate, frammenti di corpi che mostrano un passo ormai scomposto, un cammino interrotto. Da un gioco di trasparenze, di sapienti sovrapposizioni- immagini digitali, acquaforte- emergono squarci di vita caotica e bruta, una massa tormanetata in preda a forze istintive, dominata dalla paura, rapita dalla bufera infernale, ogni punto fermo ormai smarrito. In questa geografina della dannazione il femminile è soltanto accennato, messo a tacere dal mugghiare del mare in tempesta, appena riconoscibile nel profilo di un viso, nella curva di un seno o nella rotondità dei fianchi: un femminile indistinto, perso in un magma informe, in un gregge d 'anime nude.
Lo sguardo dell' artista se promène attraverso i gironi infernali, e ci restituisce scenari desolati, senza luce, dove disperazione e solitudine sono rese da toni scuri, una prevalenza di neri, marrone e orcra, spezzatti talvolta da un fiammeggiare rossastro. E' solo inerpicandosi sui rilievi del Purgatorio che si dischiudono squarci più luminosi: i colori si fanno meno cupi, i toni più accesi , carichi di energia. L'emergere di nuovi cromatismi- la predominanza di giallo e arancio- suggerisce una condizione diversa. Qui si incontra una figura femminile più definita, una presenza radiosa, portatrice di luce, vestita di color di fiamma viva. Una figura che si discosta dall'immagine classica della Commedia, in cui Beatrice fa la sua apparizione su un carro, alta, troneggiante, l'aria severa e poco incline all'indulgenza, tutta tesa ad attuare il suo compito: richiamare la spititualità, fare da tramite fra umano e divino. Al di là di questo austero, simbolo di teologia, Caroline ci propone una sua Beatrice che pare più vicina alla Vita nova: un 'immagine riconciliante che emerge da fondali rosati, nuvole floreali, fronde arboree. Una visione angelicata- mani angeliche abbandonate molllemente in grembo eppure sottilmente trasgressiva.
E' nel paradiso che si incontrano altri scenari, si annunciano nuovi simboli: la rosa celeste, rosa candida, mistica, evoca la disposizione delle anime nell'empireo, corolla di spiriti beati; la quadratura del cerchio richiama un 'antica utopia, il desiderio del finito di fondersi con l'infinito.Qui si impongono definitivamente toni cromatici diversi: un azzurro ceruleo, un giallo aranciato o dorato, un rosa morbido fanno da sfondo a un femminile che diventa luce, è trasfigurato nella luce, pronto a dissolversi in essa. Non più figura umana ma presenza disincarnata, non più creatura sessuata ma eterea, immersa nell'armonia delle sfere celesti dove dominano forze cosmiche, l'amor che move il sole e l'altre stelle. Il femminile ha quasi perso sembianze umane per sferizzarsi, assumendo la forma classsica del perfetto e compiuto.
In questa geografia della beatitudine, ogni carnalità è cosi sublimata, superata nella maternità. Beatrice si sacralizza e diventa "madonna", proprio nell'accessione stilnovista: mea domina, signora, dominatrice delll'anima. Diventa regina madre: guida di Dante, com-preso ormai in un rapporto filiale, condotto in una dimensione di preghiera. Ma la donna diventa anche Grande Madre: forza cosmica, energia vitale che pervade tutto. Attraverso di lei si esprime l'ebbrezza, il riso dell'universo. Il piacere etterno si irradia allora dal bel viso di Beatrice, capace di vincere col lume di un sorriso. Ma è il piacere mistico di colei che ormai si muove in una dimensione puramente teologica, guidando verso Dio. Ed ecco che allora la Beatrice del Paradiso torna a ricordare la donna dello stil novo: creatura rareffatta, puro strumento di elevazione spirituale.
Il percorso che ci propone Caroline Gallois è disseminato di parole, versi tratti dalla Commedia - e immagini nate da una stretta vicinanza con l'opera dantesca rivisitata con losguardo dello straniero, capace di gettare una luce diversa su pagine a noi note e perciò dimenticate, per renderle di nuovo parlanti. Proprio l'accostamento e la sovrapposizione di parole e immagini, già sperimentato in precedenza con le Variations sur les Phares di Baudelaire , è uno dei tratti più caratteristici del lavoro dell'artista francese che riprendeno lezzione delle correnti futuriste e dadaiste, ama muoversi allimite fra letteratura e arti visive, paraticare il confine come luogo di ricerca, guidata dalla consapevolezza che è prroprio li, su quella soglia, che possono scaturire nuovi significati.
La sensazione, a promenade conclusa, è che questo percorso dalla vita caotica e bruta verso una superiore armonia riguardi tutti noi: un itinerario dall'indistinto e dall' indifferenziato verso la luce, un cammino di liberazione teso ad abbandonare ciò che è accidentale e superfluo, per volgersi verso l'essenziale.
Caterina Leoni, I colori dell'Arno, Firenze gennaio 2001
Se Caroline Gallois dimostra nel passare dalla pittura all'incisione un'insolita disinvoltura, altrettanto singolare risulta l'uso che la pittrice fa di tecniche complesse quali l'immagine digitale, il découpage e le impressioni su piombo; frequentemente Caroline ama mescolare queste techniche per ottenere effetti d'indiscutibile suggestione. Questi fogli impressi riproducono ombre e profili della città. I suoi tetti tracciati nel linoleum si imprimono dalla memoria sulla carta;sono immagini -ricordo, frutto della sensibile percezione che la pittrice ha del bello.
Per quanto i monotipi siano uno diverso dall'altro, presentano tutti il nome del fiume toscano, parola di sole quattro lettere ma sonoramente piena e densa, oserei dire quasi onomatopeica per quella r liquida in assonanza con parole quali scorrere, corso, corrente, tutti termini derivati dal greco réo, scorro, verbo specifico per ogni flusso d'acqua.
L'Arno si fa parola di piombo per trasmetterci l'idea del flusso continuo... sembrerebbe una contraddizione, epure Caroline risesce nel suo intento, e il nome del fiume che attraversa Firenze da significante sifa significato, torna ad essere quell'immane torrente che scende a precipizio dall' Appennino.
Il ricorso alle lettere richiama alla mente le esperienze della scrittura di cui si avvalevano i futuristi, i cubisti ed alcuni artisti surrealisti nelle proprie opere, oppure l'esperienza più tarda del lettrismo, movimento letterario-artistico nato a Parigi nel '46, o ancora della più recente Poesia visiva , dove segni e parole venivano considerati i più diretti strumenti di interazione e comunicazione col pubblico. Con la sua poesia visiva, Carolinenon intende scuotere il pubblico, ma conquistarlo attraverso le proprie emozioni e si avvale delle parole perché significato e figurazione si evochino reciprocamente. Ugo Carrega nel'68 scriveva dieci proposizioni per la propria poesia materica, e azzardava dire in due punti che " un sasso è una parola " cosi come "un segno su di una pagina è un sasso grafico". Se nel '68 l'artista protestava contro l'uso della parole che avevano perso di significato in un mondo in cui la pubblicità, la televisione e i giornali caoticamente mescolano le parole con le immagini, Caroline è lontanissima da qualsiasi battaglia ideologica, cosi come dal compiaciuto e provocatorio scherzo magrittiano del famoso quadro Ceci n'est pas une pipe; la pittrice non aspira a creare effetti di "spaesamento" per il suo pubblico, intende solo giocare con le emozioni , ed è questa forse la vera rivoluzione.
Che alla pittrice interessi rappresentare il movimento e la vita si percepisce anche dalle pitture ad olio, dove, negando il puro e semplice realismo descrittivo, immagina una moltidudine di toni e tinte, dando libero sfogo ad audaci cromatismi, probabilmente memore di quella tradizione pittorica che va da Tintoretto a Rubens a Delacroix, ma non esclude le più recenteesperienze dell'Olandese de Kooning, tanto legato alla "carnalità" della pittura rinascimentale, per cui sarebbe stata inventata la pittura ad olio.
Nel Arno in rosso Caroline, attraverso una radicale restrizione cromatica, restituisce tutta la vivacità di un unico colore all'orizonte che sembra fondersi col fiume nei riflessi di palazzi quasi impercettibili.
Nelle carte impresse nel'98 sull'Arno e quelle più recenti su Dante e la Divina Commedia, in continuità con la ricerca svolta su les Phares di Baudelaire, la serie presentata nella primavera 2000 all'Istituto Francese di Firenze, ma anche nelle tele ad olio, Caroline manifesta una vocazione tutta personale nel rendere i suoi osoggetti non immediatamente riconoscibili, quasi fossero apparizioni... da qui l'effetto di sugggestione e mistero che ne deriva. Sul filo che lega il dato reale all'impresione, il ricordo all'immaginazione, si svolge la vulcanica ricerca della pittrice farancese, consapeevole dell'arte grandiosa del passato , affascinata dal quotidiano contatto con le vestigia rinascimentali nella sua attuale città di adozione, ma sempre curiosa di sondare nuove vie, consapevole che all'artista spetta sperimentare e non ricomporre la realtà ina una visione presuntuosamente armonica, statica ed ordinata.
Non a caso De Kooning, un maetro senz'altro di riferimento per Caroline durante il suo decennale soggiorno newyorkese, disse nel'51 durante una conferenza."Supporre che la natura sia caotica e che l'artista la ordini mi sembra proprio un punto di vesta assurdo. Portare un po' d'ordine in noi stessi è tutto quanto possiamo augurarci(...)"
Giovanna Uzzani, Visita allo studio: appunti sulla ricerca di Caroline Gallois, Firenze, Aprile 98
Caroline mi ha telefonato un giorno dello scorso autumno, per invitarmi a veder il suo lavoro e per avere qualche consiglio relativamente alle opportunità che può offrire Firenze, una città che lei conosce ancora poco e dove ha scelto di vivere. Entro nella sua nuova casa dell'Oltrarno. Pochi mobili di gusto semplice ma particolare, il portoncino di casa rosso cadmio, un eccitante odore di vernice fresca tutto intorno, quadri ovunque. Parliamo un po' del suo desiderio di fare incisione, della necessità impellente di un torchio, discutiamo della nostra città, cosi difficile ad accogliere il nuovo, e in qualche modo ci studiamo a vicenda, in questo primo incontro, intorno ad un vecchio grande tavolo dalla superficie irregolare e piacevole al tatto, tagliata a vivo. Decidiamo di andare insieme nello studio. Caroline mi parla di sè, delle stagioni della sua ricerca e della sua vita, riassunte in maniera apparentemente casuale in quattro grandi risme di dipinti su tela appoggiate alle pareti. E comincia il viaggio.
Messico 1979. Qui lei sceglie di vivere per sette anni, alle spalle un percorso irregolare e insolito, dall'infanzia a Saigon ad una formazione parigina presso il prestigioso Institut de Sciences Politiques, alla partenza per l'Indonesia dove studia danza balinese. Arriva a Città del Messico venticinquenne e si lascia affascinare dalla pittura e dal gusto esuberante, sensuale del colore che qui si respira. Abbandona gli sudi economici ed entra all'Accademia di Belle Arti di Città del Messico, iniziando la sua ricerca artistica. Ama la figura e si incontra con gli ineludibili esempi di Orozco e dei muralisti messicani. Ma ci arriva da francese , con un gusto sofisticato della linea e del tono e con in testa le favole di Chagall. Nascono le prime prove figurative, eleganti nella composizione ma tradotte in colori profondi, vibranti.
E' la volta di New York. Dieci anni, mi raconta. Qui l'esempio di certa pittura gestuale ed espressionista, de Kooning, soprattutto, - e non poteva non essere che lui- la affascinano e la coinvolgono in un approfondimento del rapporto fra la linea ed il colore. Ma ora sono i soggetti, i temi a condurla avanti nella ricerca, soprattuttto l'impegno per una cultura ecologista, ove si affrontino i valori della natura in rapporto con il mondo ultratecnologico della metropoli portmoderna. Nascono spontaneamente, ma con l'impegno di un progetto , di una serie dunque, i dipinti ispirata dalle scimmie: la cultura e la natura, nei loro contrapposti bisogni, la città e la forza animale, mi ripete, "come nel mito di King Kong". Da questi spunti prende vita parallelamente " la bestiologie " di Caroline, varie speci animali, ciascuna posta in contrappunto o in dialogo con un emblema della tecnologia; e non distante da questa ricerca appare la serie ispirata dalla bicicletta, nella quale l'eleganza grafica del motivo della ruota e dei raggi allude ad una vita alternativa a quella della machina. Intanto la pittura è cambiata: nei grandi formati prediletti dalla pittrice, il colore diventa più complesso. Strati di colori diversi, a volte stridenti, si stendono in grandi campiture, poi come abrase, strofinate, graffite, consunte, che lasciano emergere a tratti le tracce sottostanti. Inserti di parti dipinte con l'aerografo rompono talvolta queste campiture più "vissute" e qui il colore, soffiato meccanicamente, interviene con motivi decorativi che si stagliano in contrappunto e che poi vengono sommersi dalla pittura dintorno, in una dialettica che pare corrispondere ai contenuti dell'opera.
Mentre guardiamo una tela dopo l'altra, Caroline quasi si giustifica se alcune opere lo stile e la tecnica sembrano cambiare passo, a volte istintivo a volte invece più sofisticato e controllato dal disegno. E una breve consultazione anche delle sue opere incise conferma, in serrato confronto, questa disposizione a sperimentazioni ricorrenti. Il discorso prende spunto dall'apparire di una nuova serie sugli uccelli, dove la materia pittorica è stesa con aggressività nuova sulla tela, con intenti di dissonanza e di shock emotivo. L'aspetto decorativo viene qui sommerso da un gorgo di colore steso a pasta, a colpi di spatola; ed io azzardo che gli uccelli non sembrano spunto di evocazioni di libertà, quanto di violenza che esplode sulla tela senza esitazioni, senza ripensamenti.
Continuiamo a consultare altre tele, tornano ciclicamente i motivi cari all'artista, tornano anche certe cifre stilistiche ricorrenti: è come se Caroline non avesse scelto un percorso lineare, ma circolare per la sua ricerca; torna cosi ad approfondire in tempi diversi il motivo della Bestiologie o della bicicletta o degli uccelli, a volte compare improvvisamente il tema della figura, a volte vincono le richieste di astrazione dal soggetto. E in parallelo la mano dell'artista appare più meditativa e assorta, o invece più cruda e istintiva; una penna rappresa dal colore e fissata sulla tela può dare improvvisamente la suggestione che il corpo dell'uccello sia stato sacrificato e gettato sulla tela, che appare trattata come una sindone e trattiene non il corpo dell 'animale, ma le tracce di sangue e di terra e di violenza subita.
Ora Caroline sta lavorando ad una serie intitolatata Mediterraneo, da un 'idea suscitata da una fotografia che ha scattato a due trianguli di vele bianche contro un cielo nero piombo, con nuvole mosse dal vento. Le piace scattare e consulte fotografie di bella natura, e ne fanno testimonianza i pacchi di " National Geographic" sparsi ovunque nello sudio, accanto alle sue foto, accanto pure ad un catalogo di Joachim Pissarro su Monet e il Mediterraneo, accanto ancora ad un catalogo dei sublimi American watercolours e ad un biglietto augurale con la riporduzione di un quadro di Monet con grandi spazi di mare, di cielo e di vele gonfie di vento. Il tema del Mediterraneo non è nuovo. Già nel'93 Caroline aveva tentato una serie con lo stesso titolo ma più narrativa, più legata ai soggetti, alle città del Mediterraneo, alle suggestioni dell'etrusco. Ora la sua attenzione pare tutta concentrata sul linguaggio, sulla pittura. Sta cercando effetti di trasparenza e di sovrapposizione di superfici, di contrasti tra una materia evanescente come l'acqua e gorghi e grumi de materia densa. E accanto a quattro tele ispirate al tema della vela triangolare, tra il '97 e il '98 in atto, ne sono nate altre sul tema dei pesci e dell'acqua: un motivo grafico, riconoscibile, che funziona da baricentro nell'orizonte della tela, intorno ad una libera esplosione di effetti cromatici e materici di pigmento.
E su questa attenzione intensa ai problemi del linguaggio della pittura si esaurisce il nostro primo incontro. Il colpo di forbice è sul presente in atto: la nuova stagione fiorentina di Caroline.
Javier Anzures, Mexico, 1976